La bottega del caffè

Una comicità che sa di caffè

 Di Lodovico Bellè

Leggendo La bottega del caffè di Carlo Goldoni, sembra di trovarsi di fronte ad un testo comico scritto ai giorni nostri: il suo brillante umorismo, infatti, rivela un’attenta ed attualissima capacità di osservazione delle dinamiche che scatenano la risata in presenza di situazioni grottesche e personaggi macchiettistici esilaranti; primo tra tutti l’improbabile Don Marzio, un nobile impiccione, pettegolo, gran seminatore di zizzania e parossisticamente cocciuto nel suo spirito di contraddizione (e persino di auto-contraddizione). Il suo contraltare positivo è invece Ridolfo, il proprietario della bottega del caffè da cui prende nome la commedia: onesto lavoratore, discreto e generoso; sarà lui – con la sua saggezza ed i suoi miti consigli – a risolvere i diversi guai, fraintendimenti ed inganni che si sviluppano nel corso della pièce, fino ad arrivare al lieto fine. Un grande merito testuale della commedia è quello di permettere al lettore di riuscire a visualizzare perfettamente le dinamiche sceniche (come se si verificassero in tempo reale davanti ai suoi occhi), che si svolgono interamente in una tipica piazza veneziana del XVIII secolo; la quale, tuttavia, può essere anche intesa come una sorta di microcosmo in cui si intrecciano e si sviluppano le vicende dei diversi protagonisti, le cui caratteristiche – come premette lo stesso autore nella breve introduzione – rispecchiano quelle del reale consorzio umano, con i suoi vizi, virtù, debolezze e assurdità. Facendo una breve panoramica sui diversi personaggi della pièce, emerge chiaramente il punto di vista (già rintracciabile anche in altri testi goldoniani) dell’autore nei confronti della società: la critica alla nobiltà parassitaria, l’ammirazione verso la laboriosa borghesia e la solidarietà nei confronti delle donne (spesso trascurate, vittime di ingiustizie, soprusi e infondati pregiudizi).

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Intervista a Ridolfo, proprietario della bottega del caffè (dell’omonima commedia goldoniana)

 Di Lodovico Bellè

 

Signor Ridolfo, cosa si prova ad essere l’unica persona per bene in una commedia piena di personaggi negativi?

Non è vero che gli altri siano tutti negativi; ad esempio le tre donne – Lisaura, Placida e Vittoria – hanno una fortissima dignità: sono oneste, coraggiose, generose e di alto livello morale.

Allora la domanda cambia: cosa si prova a dover salvare il buon nome del genere maschile in una commedia in cui tutti gli uomini sono tipi indegni?

Anche qui farei una distinzione: alcuni di loro sono veramente irrecuperabili (e infatti trovano la giusta punizione per le malefatte compiute); altri, invece, si ravvedono nel corso della commedia.

Di chi sta parlando?

Ad esempio di Eugenio, che all’inizio appare come un ingenuo presuntuoso, completamente accecato dalla sua passione per il gioco d’azzardo e per le belle donne, ma alla fine (modestamente anche grazie al mio aiuto) decide di non mettere più piede in una bisca e torna dalla moglie con la coda tra le gambe. La stessa cosa si può dire per il Conte Leandro… o meglio, per Flaminio.

Invece chi sono quelli che lei definisce irrecuperabili?

Suvvia, non mi piace parlare male degli assenti; tanto più che uno è finito in prigione e l’altro è dovuto scappare lontano per l’avversione che è riuscito a suscitare verso di sé.

Non pensa invece che, agli occhi dei lettori, loro possono risultare più simpatici di lei?

Non simpatici ma ridicoli, è diverso! Certo, nell’economia della commedia il mio ruolo è importante (non lo dico per vantarmi ma perché, senza il mio intervento, finirebbe in tragedia) però capisco che possa risultare anche un po’ pesante: io sono quello serio, quello noioso che fa sempre la morale;… è chiaro che un pettegolo mezzo schizofrenico, seminatore di zizzania che si impunta su convinzioni assurde ed auto-contraddittorie faccia ridere più di me; e lo stesso discorso vale per un “traffichino” che se ne inventa una più del diavolo per prendere in giro e truffare un povero sciocco disperato; ma alla fine io sono contento di me stesso, del mio lavoro e della mia onestà.

A proposito, parliamo di lei: con la sua estrema generosità non le sembra di dare perle ai porci?

Il rischio sicuramente c’è, soprattutto in un mondo in cui la riconoscenza è merce rara; però è più forte di me: aiutare chi è in difficoltà mi riempie di gioia; poi se gli altri vogliono seguire i miei consigli, bene… altrimenti pazienza.

Cosa ne pensa, invece, del suo garzone?

Chi, Trappola?! Un nome che è tutto un programma! (ride) Scherzi a parte; in apparenza può sembrare uno scansafatiche, dormiglione e impiccione, ma in realtà è un bravo ragazzo di cui posso fidarmi ciecamente; e soprattutto è un tipo molto spiritoso e ciò è un gran bene per la clientela della mia bottega e anche per la commedia!

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