Cos’è quella luce?

Cos’è quella luce? La parodia della società, in una commedia metateatrale

 Dopo i successi teatrali ottenuti con Gli Assurdialoghi e con La mente di Don Giovanni, torna in Bibliotheka la comicità dissacrante di Lodovico Bellè in una nuova commedia dal titolo misterioso: Cos’è quella luce? Questa, infatti, è la domanda che i diversi personaggi della pièce si pongono prima di venirne, di volta in volta, misteriosamente attratti ed ingoiati per sempre. Solo una persona ne conosce la risposta: il poeta Canso Baristo che, insieme alla luce stessa, si impone come il vero protagonista della vicenda; è l’unico a rimanere costantemente in scena dal primo all’ultimo atto, pur cambiando ogni volta l’ ambientazione e pur risultando completamente estraneo agli altri personaggi; sembrerebbe essere al centro ma, contemporaneamente, anche al di fuori della commedia; una sorta di osservatore onnipresente che attraversa il tempo e lo spazio come un’ entità aleatoria. Tuttavia la sua spiegazione sulla natura della luce, come manifestazione della potenza generatrice della poesia, viene (forse) smentita da un epilogo a sorpresa. I temi affrontati (taluni appena sfiorati) in questa commedia sono molteplici: la distanza abissale tra il mondo intellettuale e quello opulento degli affari (distinti, anche materialmente, da una rete che divide a metà lo spazio scenico), la corruzione politica, l’asservimento nei confronti del potere da parte dell’informazione mediatica, la parodistica estremizzazione dei luoghi comuni della commedia borghese, lo smarrimento dell’elettorato di sinistra dopo la caduta del muro di Berlino, la tragicomica e spasmodica ricerca di vuote certezze in fede e superstizione, ecc.. La pièce è strutturata in cinque atti che – anche per via delle diverse ambientazioni in cui si svolgono (i primi due in spiaggia, il terzo dalla parrucchiera, il quarto nella redazione di un giornale e l’ultimo su un’ astronave) – possono apparire reciprocamente avulsi, ma in realtà le vicende che in essi si sviluppano sono strettamente collegate tra loro, così come lo sono i rispettivi protagonisti: personaggi buffi dal “nome parlante” (ossia che ne rispecchia le principali caratteristiche; come nel caso del bagnino palestrato Montafico, dei politici corrotti Cavalier Inguattazzi e Ingegner Mazzetta, della sciocca Mademoiselle Ochette, della segretaria “cozza” Miss Chifezza, della parrucchiera impicciona Madame Moteshamp, dell’astronauta disperso Capitano Dovadus, dell’astrofisico confuso Pofessor Soncazzus, ecc….) che possono ricordare quelli di Stefano Benni; e – come nei romanzi del celebre scrittore bolognese – anche in questa commedia, se non ci fosse da ridere… ci sarebbe sicuramente da piangere: infatti i protagonisti sono talmente grotteschi e caricaturali da apparire ridicoli; ma, a ben guardare, rispecchiano impietosamente molti dei vizi che caratterizzano la società contemporanea: una società spietata, in cui contano solo l’apparenza, la sete di potere e di ricchezza. Per soddisfare tali bisogni “primari”, i personaggi  di questa pièce sono platealmente disposti a corrompere, essere corrotti, imbrogliare, asservirsi al potere e al sistema clientelare, senza farsi nessuno scrupolo di tipo umano e morale. È proprio dalla naturalezza con cui si mostrano per ciò che sono (non si salvano nemmeno quelli “alternativi”, troppo macchiettistici e mentalmente instabili per risultare credibili) che scaturisce la risata del lettore/spettatore; perché la società che tende a nascondere – più o meno velatamente – i propri difetti nella realtà quotidiana, è portata a riderne in maniera inconsciamente liberatoria quando li vede messi esageratamente alla berlina da una lente deformante. Questa è una delle grandi intuizioni del teatro manierista aretiniano, a cui tale commedia sembra ispirarsi, anche per via della scurrilità e delle sconcezze goliardiche ed irriverenti  che si susseguono a partire dal prologo, fino alla fine dell’epilogo; ma soprattutto per il costante susseguirsi di spunti metateatrali (che tanto hanno influenzato la drammaturgia del ventesimo secolo). Si può dire, anzi, che tutta questa pièce ruoti intorno al perno della sua metateatralità e che lo stesso finale a sorpresa possa essere letto sotto una molteplice ottica: o come un’ovvia conclusione legata a questa sua componente drammaturgica, o – più probabilmente – come un finale aperto alla libera interpretazione da parte di quel lettore/spettatore che non si accontenta nemmeno della spiegazione poetica indicata dal protagonista ma che si spinge a riflettere, lasciandosi trasportare dalla propria immaginazione.

Intervista a Lodovico Bellè, autore della commedia Cos’è quella luce?

 

Lodovico, nel corso della precedente intervista ci avevi promesso che ti saresti dedicato alla stesura di un romanzo e invece ti ritroviamo nuovamente alle prese con una commedia, come mai?

Il romanzo lo sto ancora scrivendo e, sinceramente, mi ero riproposto di portarlo a termine prima di dedicarmi ad altro; però, sull’onda emotiva del successo riscosso a teatro con La mente di Don Giovanni, non ho saputo proprio resistere e mi sono nuovamente immerso nella drammaturgia, rimettendo mano ad un mio vecchio soggetto con lo scopo di portarlo presto in scena con la mia compagnia.

Quindi lo spettacolo sul Don Giovanni è andato bene?

Direi proprio di sì: con La Mente di Don Giovanni ci eravamo posti l’obbiettivo di fare un salto di qualità, portando in scena uno spettacolo complesso e molto impegnativo; ebbene, sentendo gli entusiastici commenti del nostro pubblico (che per l’occasione è addirittura raddoppiato), pare proprio che il salto ci sia stato e anche bello alto!

Invece Cos’è quella luce? quando la porterete in scena?

Stiamo già lavorando sodo per rappresentarla a fine settembre alla Sala Romateatri (con cui abbiamo iniziato a prendere i primi accordi) e sicuramente, vista la determinazione che ci spinge, ci sono tutti i presupposti per farcela. Lo so, dovrei essere più scaramantico ma noi “assurdi” andiamo anche contro le leggi della scaramanzia; dico solo che, ogni volta, chiedo alla mia compagna di venirci a vedere vestita di viola…

Lo spettacolo sarà fedele al testo pubblicato? 

Sì certo; in questo caso, oltre ad esserne l’autore, mi occuperò anche della regia e cercherò di valorizzare molto gli spunti comici offerti dal testo. Ovviamente ci sono alcuni aspetti che -fisiologicamente – rendono meglio sulla pagina scritta  piuttosto che sul palco e viceversa; quindi, in quei casi, sarà necessario procedere con dei piccoli riadattamenti teatrali, soprattutto per quanto riguarda il finale, che sarà molto più movimentato… ma non vorrei aggiungere troppo per non rovinare la sorpresa.

Che messaggio vuoi comunicare con questa commedia? 

Per prima cosa, come sempre, il mio principale obbiettivo non è quello di comunicare messaggi ma quello di divertire i miei lettori/spettatori con spunti comici, paradossi umoristici, gag e battute spiazzanti (talvolta politicamente scorrette, dissacratorie e – dove serve – anche scurrili); però è chiaro che, dietro alla risata, miro anche a lanciare delle provocazioni per suscitare una serie di reazioni e riflessioni. Ad esempio, osservando gli atteggiamenti e le azioni dei protagonisti di questa pièce, viene da ridere perché si tratta di personaggi caricaturali e grotteschi ma, guardandoli attentamente, ci si rende conto che rispecchiano impietosamente molti dei vizi che caratterizzano la società contemporanea, come – ad esempio – la superficialità, l’ingiustizia, la corruzione, la mancanza di scrupoli, il menefreghismo, la sete di potere e di protagonismo, le disparità sociali, ecc…

Non si può negare che si tratta di un testo molto particolare, quali sono state le tue fonti di ispirazione? 

Come ho già accennato, per questa pubblicazione mi sono limitato a rimettere mano ad un vecchio soggetto che avevo abbozzato, addirittura nel 1997, dopo aver sostenuto i miei primi esami universitari. In particolar modo questa commedia risente dell’influenza che allora mi trasmisero gli studi sulla drammaturgia manierista di Pietro Aretino (con i continui spunti metateatrali, le goliardiche sconcezze, l’irriverenza verso il pubblico e la società, ecc…) e sulla concezione romantica della poesia di John Keats (con l’esaltazione della potenza generatrice della poesia e la riflessione sulla figura del poeta nel momento in cui si abbandona alla creazione). Purtroppo gli anni sono passati, la mia ignoranza di ritorno galoppa imbizzarrita e il senso più profondo di quelle influenze, oramai, temo di averlo perduto;… spero che ne sia, comunque, uscita fuori una commedia divertente.

Un’ultima domanda: la cosa più strana di questa – già di per sé strana – commedia è la conclusione; si tratta di un finale aperto o chiuso? 

Dipende dalla disponibilità dei lettori/spettatori di mettere in gioco la propria fantasia: possono accontentarsi della spiegazione lirica suggerita dal protagonista della pièce, oppure di quella metateatrale offerta all’epilogo dai due istrioni, o – infine – possono scatenarsi con l’immaginazione e risolvere il mistero dando vita a mille finali diversi.

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